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Il progetto di istituire una criptovaluta annunciato dal CEO di Facebook nel giugno scorso si presta a parecchie riflessioni, ognuna delle quali richiederebbe un volume. Ma è estate, fa caldo e stiamo cercando di rilassarci; perciò mi limiterò ad accennare brevemente a una sola di quelle che mi sembrano più centrali. Concerne il problema strettamente economico di un aumento incontrollato della cosiddetta “base monetaria”.

Un problema che, a quanto sembra, rientra fra quelli too big to be valued, insieme al problema demografico e a quello ambientale: troppo grosso per preoccuparsene... Ossia, giganteggia talmente che la maggior parte di noi preferisce ignorarlo. Deve trattarsi dello stesso meccanismo psicologico che permette a chi vive in territori a elevato rischio sismico di cullarsi nel tran tran quotidiano, attività che in California, ad esempio, sarebbe decisamente turbata dall’attesa consapevole del “Big One”.

L’economia mondiale è gravata dalla minaccia permanente di un’enorme, spropositata massa di liquidità improduttiva, una mega-bolla di moneta senza valore che circola a vuoto nei mercati finanziari e la cui unica funzione è di incubare le crisi che ogni due-per-tre sogliono travolgerci (oltre a riempire le tasche degli unici attori che ci guadagnano davvero: gli intermediari che smerciano titoli in cambio di commissioni). Questa massa – molto più estesa e preoccupante del meteorite che tra un mese non colpirà la terra – è quantificabile: secondo una stima della European Securities and Markets Authority che risale al dicembre scorso, soltanto il valore nominale dei famigerati titoli derivati (quelli che, per intenderci, hanno innescato la crisi del 2008) è pari a circa 2,2 milioni di miliardi di euro, l’equivalente del Pil mondiale moltiplicato per 33 volte.

Significa che solo una minuscola parte della moneta in circolazione ha un corrispettivo nel valore dei beni e servizi reali che si scambiano nel mercato globale. Il resto è fumo – anzi bit nei database delle banche e pixel sui tabelloni elettronici delle piazze finanziarie: attivi che, nei bilanci di milioni di istituti sparsi in tutto il mondo, minacciano di trasformarsi in passivi al primo soffio di vento contrario.

Questo fenomeno è già fuori controllo, e lo è a tal punto che neppure la Banca Centrale Europea è in grado di monitorare l’effettivo ammontare del circolante in euro, nonostante sia uno dei suoi compiti. Ne è prova il fatto che negli anni subito precedenti lo scoppio dell’ultima crisi l'aumento della base monetaria in euro aveva raggiunto il 7% annuo nonostante l’impegno della BCE a contenerlo entro il 4,5%. Il motivo è che la liquidità viene continuamente prodotta dal sistema delle banche private, la cui “emissione” di depositi si somma senza sosta all’emissione di moneta da parte delle banche centrali: una gara tra pubblico e privato a pompare valore nominale nel sistema, senza minimamente curarsi di mantenerlo in un qualche ponderato rapporto con il valore reale, cioè collegato alle merci scambiate nei mercati.

Fino ad oggi solo pochi economisti si sono occupati (e preoccupati) di questo andazzo. Eppure ci sono ottime ragioni per ritenere che proprio qui si celi la chiave della perenne instabilità dell’economia capitalista, caratterizzata dal cosiddetto “ciclo economico”: quella specie di sport estremo che consiste nel correre sempre più velocemente finché non si inciampa. Per dirla in parole poverissime: una produzione di credito spinta così all’eccesso da obbligarla a sfociare periodicamente in una crisi di insolvenza (donde la suggestiva definizione di Marc Bloch dell’economia capitalista come di “un regime che morirebbe nel caso di una verifica simultanea di tutti i conti”). Se ne parla poco, ci si allarma ancora meno, ma è un fatto.

L’iniziativa di Facebook viene, evidentemente, a piovere sul bagnato. Se davvero facesse la sua comparsa una valuta privata suscettibile di estendersi a livello planetario, la base monetaria subirebbe un nuovo strabiliante incremento andando ad accrescere la minaccia che pende costantemente sull’economia mondiale. Infatti, ogni unità in valuta spesa per acquistare l’equivalente in “Libra” (come è stata battezzata la nuova criptovaluta) sarebbe un’unità incassata dalla società di emissione, la quale si troverebbe così a gestire una massa crescente di liquidità in dollari, euro, yen ecc., che non sostituirebbe la moneta emessa ma la affiancherebbe.

A questo punto è davvero difficile immaginare che Zuckerberg si risolverebbe a sterilizzarla chiudendola in un caveau, per il bene di tutti (come avrebbe dovuto fare con i nostri dati personali, ricordate?). Più facile ipotizzare che, gravato dall’accumularsi di riserve miliardarie, se ne sbarazzerebbe alla prima occasione trovando loro un impiego più redditizio: proprio come fa qualsiasi istituto di credito a destra e a sinistra del meridiano di Greenwich.

Così i trilioni di moneta-fantasma che circolano nei mercati covando stratosferiche bolle di insolvenza potenziale si vedrebbero allegramente moltiplicati sotto il naso delle autorità nazionali, troppo occupate a misurare l’inflazione (dunque l’eccesso di circolante) su un paniere di beni che non ha nulla a che vedere con le reali dinamiche di accrescimento della base monetaria e degli squilibri che ne derivano.

Sarà bene che le autorità corrano ai ripari, andando a ridimensionare le ambizioni di certi nerd californiani afflitti da manie di grandezza. E di questo si sta già parlando, per fortuna. Ma dovrebbe essere solo l’inizio: se anche Libra fosse bloccata sul nascere, resterebbe il problema di un’economia mondiale in preda a processi che nessuno sta governando, e tra cui l’emissione incontrollata di moneta da parte delle banche private conserva un ruolo centrale. Facciamo qualcosa. Ma, prima di tutto, parliamone.

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L’interesse di queste elezioni sta nel fatto che ci permettono di gettare uno sguardo nel cuore del processo che sta sconvolgendo il quadro politico europeo, e che è la sua ricomposizione intorno al tema dell’integrazione, ormai così centrale da operare come un discrimine. Spinelli e Rossi lo avevano anticipato nel 1941, scrivendo il Manifesto di Ventotene; per decenni abbiamo atteso che si verificasse. Oggi lo vediamo accadere.

Ogni paese è un caso a sé, eppure ognuno vive lo stesso travaglio, lo stesso tormentato sforzo di arrivare a una chiarificazione sui termini e le ragioni della propria adesione al progetto europeo, e fra tutti nessuno è esemplare come il Regno Unito, autentico laboratorio politico dal quale ci si aspetta il verdetto definitivo: se abbia senso oppure no, nel XXI secolo, l’idea della sovranità nazionale esclusiva.

Non ha senso, naturalmente. Ed è quello che i britannici stanno scoprendo. Per la verità, i cittadini lo hanno capito da un pezzo; chi arriva in ritardo a questo appuntamento con i fatti è la classe dirigente britannica. È chiaro ormai che il perno dell'affare Brexit è l’incapacità del Labour di accettare il mondo così com’è. La condotta di Corbyn si distingue da quella di ogni altro leader politico britannico per un’ottusità che gli altri hanno provato in tutti i modi a eguagliare senza riuscirvi, in questa gara ad assumere la posizione più assurda che è stata la politica brit negli ultimi mesi.

Il primo ministro uscente, Theresa May, ha tentato di rimpiazzare il vuoto di progetti in cui annaspa il partito conservatore con un saggio di testardaggine pura, fino a esaurirsi (fedele, si direbbe, al motto di un campione di scacchi del passato, secondo cui “un cattivo piano è meglio che nessun piano”). I più generosi diranno che ha dato prova di carattere.

Su Farage sembra inutile soffermarsi: è un demagogo e fa bene il suo mestiere, che è di raccattare voti facendo appello alle teste confuse. Il successo del suo nuovo partito non deve stupirci: in un paese spaccato in due sulla scelta europea Farage ha dato rappresentanza al popolo del no. (D’altra parte, la sua insistenza sull’opzione di una Brexit senza accordo sposterà solo altro consenso sull’opzione del Remain, dato che i britannici sono meno stupidi di quanto pensa, anzi non lo sono affatto).

Ma Corbyn... Che dire di Corbyn, leader del partito progressista? Timoroso di professarsi apertamente pro-Brexit, eppure intimamente euroscettico, ha lasciato a bocca asciutta i tanti che si aspettavano una scelta di campo europea, privando i remainers di un faro nella tempesta e mancando quella che era probabilmente (e peraltro rimane) la più grande opportunità per il Labour dai tempi di Blair.

La sua ostinazione a non capire e non vedere si può solo imputare al fatto che sulle due sponde opposte del nuovo discrimine (sovranità nazionale/sovranità europea) si trovano due logiche inconciliabili, quella “tolemaica” del vecchio stato-nazione e quella “copernicana” del sovranazionale, e chi è rimasto prigioniero della prima può anche ritenersi un progressista e un internazionalista, ma di fatto è irredimibile: nulla potrà convincerlo a spogliarsi della sua visione, perché sarebbe come chiedergli di cambiare testa. Nessun argomento, nessuna evidenza serviranno a persuaderlo. I suoi occhi vedono ciò che non è più, mentre non vedono ciò che è, e il suo cervello – come quello di chiunque – obbedisce. Il nazionalismo è come la vecchiaia: è incurabile.

Io credo che lo scossone Brexit si rivelerà salutare sotto molti aspetti. Ad esempio obbligando i veri progressisti britannici a farsi avanti, e spingendo sullo sfondo quelli finti. Il Labour cambierà profondamente – oppure sparirà: non importa. La persona che prima o poi subentrerà nella leadership laburista, o il partito che sostituirà il Labour, avrà le idee chiare: saprà che al di fuori dell’Europa il Regno Unito è nulla, e agirà di conseguenza. Nell’immediato, o Corbyn si farà da parte, oppure si piegherà all'opzione che fin dal 2016 appare l'unica ragionevole: un secondo referendum, che decreterà in via definitiva la permanenza del Regno Unito nell’Unione europea.

La mia impressione generale è che il dramma europeo – dramma di una strada che ancora si esita a percorrere, benché sia l’unica percorribile: quella dell’unità politica – in questa prova elettorale abbia fatto un passo avanti. Se ne può dedurre che gli europei non hanno nessuna intenzione di gettare al vento le conquiste dell’integrazione, e che i giovani, in particolare, stanno proseguendo la loro avanzata sulla scena sociale e politica, incontrandosi sul terreno dei due temi transnazionali per eccellenza: l’Europa e l’ambiente. Ed è sacrosanto che sia così.

Quanto al bluff nazionalista dei vari Orbán, Salvini, Farage, è destinato a sciogliersi come un gelato al sole: la maggioranza degli europei sa benissimo che rinunciare all’unione monetaria e al mercato comune sarebbe una follia, e lo sanno anche loro, i demagoghi che fingono di ignorarlo. Dunque, quel pulsante non verrà mai premuto. Ma il problema c’è, e rimane: un’Europa in balìa di 28 governi nazionali non ha futuro. Si tratta di vedere se gli europei che hanno compreso la necessità dell’integrazione sapranno anche trovare la via per completarla. E qui la partita è ancora tutta da giocare.

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Non ho mai creduto nell’imbecillità. Mi è difficile pensare, di qualcuno, “quello è un cretino”. Penso che quasi tutti abbiamo una sufficiente dotazione intellettuale, che ci permette di destreggiarci nelle difficoltà piccole e grandi della vita, svolgere ragionamenti articolati e usare con una certa proprietà il linguaggio, cioè lo strumento più complesso che l’uomo abbia mai ideato. Chi più chi meno, certo; con maggiore o minore successo. Ma difficilmente ci si imbatte in qualcuno del quale possiamo dire in coscienza che non sa usare  il proprio cervello.

Sarà per questo che mi vedo costretto a introdurre nel dibattito una categoria inedita: quella dell’imbecillismo. Mi riferisco al fenomeno per cui una persona sensata decide di abbracciare, con determinazione e in apparente buona fede, un sistema di idee completamente, palesemente idiota. Come se volesse fingersi imbecille senza esserlo (intendo senza davvero poterlo essere fino a quel punto, neppure volendolo), o come se avesse deciso, per un qualche perverso piacere intellettuale, di remare contro tutto ciò che sembra ovvio e ragionevole, appunto perché lo è, e di costruire, per questa via, una sorta di anti-ragione. Un’imbecillità, dunque, ma deliberata, partigiana. Militante, se vogliamo.

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Può succederci ad esempio di trovarci a discutere con uno stimato opinionista, una persona nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, che svolge un lavoro qualificato e socialmente utile (un avvocato, poniamo), il quale sostiene a spada tratta che l’antidoto ai mali della globalizzazione è l’autarchia economica. Oggi, voglio dire: a un pugno di mesi dal terzo decennio del XXI secolo. Ora, come qualificare l’approccio intellettuale di qualcuno che sostenga un’opinione del genere? Poniamoci seriamente il problema e ci accorgeremo che la risposta non è affatto ovvia. Di costui non diremo che è un imbecille; diremo, semmai, che è un imbecillista: qualcuno che sceglie di avere un’opinione assurda, priva di senso – di essere, per così dire, un portatore sano di imbecillità.

Oppure, può capitare di imbattersi in un economista, magari con un cognome importante, per il quale l’ovvia soluzione di tutti i mali economici è stampare moneta. Scemo io e scemo tu, caro lettore, a non averci pensato prima: ci consoleremo pensando che nel nostro marchiano errore eravamo almeno in compagnia di duemila anni di indagine economica. O ancora, di vedere un neofascista scagliarsi contro l’Unione europea brandendo come arma dialettica la costituzione antifascista dell’Italia repubblicana, della quale si professa strenuo difensore.

Capite che gli esempi sono tanti, e a metterli tutti in fila ci porterebbero fino al terrapiattismo, culmine supremo dell’imbecillismo.

Però attenzione, perché non si tratta di un fenomeno pittoresco e innocuo. Lo sappiamo fin troppo bene. L’imbecillismo dilaga, fa scuola: prolifera. Apre centri di studio, crea reti, tiene convegni. Va al governo. Il punto è che, trasformato in dottrina, convince.

La sua efficacia consiste almeno in parte nel fatto che quando una persona normale si confronta con un imbecillista ne viene completamente disarmata. Torniamo per un momento all’esempio dello stimato conferenziere che professa l’autarchia economica. Davanti a un’opinione simile restiamo per un attimo senza fiato, senza argomenti; ci rotola addosso come un macigno, proprio perché, nella sua imbecillità, è colossale, titanica; la nostra mente prende ad annaspare nel vuoto, in cerca di appigli, finché dal caos cominciano a emergere confuse reminiscenze di autarchie passate, di surrogati del caffè e dell’asfalto (il macadam!... Una parola che avevamo relegato in un limbo di oggetti patetici e dimenticati come le piccole, buone cose di pessimo gusto della nonna gozzaniana), e iniziamo a domandarci come potrebbe essere, poniamo, un surrogato italico dell’iPhone.

Come reagire? Nel solito vecchio modo: allineando fatti, verità incontrovertibili, argomenti. Al fascista che impugna la costituzione italiana come baluardo della sovranità nazionale e argomento anti-europeo ricorderemo – dopo averlo cortesemente invitato a leggerla – che i più illustri fra i nostri padri costituenti erano non solo pro-europei, ma federalisti schietti (Einaudi, De Gasperi, Calamandrei, Parri, La Malfa, più tardi Pertini... devo continuare?); che abbiamo le loro relazioni al primo congresso dei federalisti europei nel 1947; che non a caso nel famigerato articolo 11 vollero la repubblica italiana disposta a limitare la propria sovranità per aderire alle nascenti istituzioni sovranazionali, e così via.

Non facciamoci disarmare dall’imbecillismo! Usiamo la logica. Non siamo affatto disarmati: siamo forti di un patrimonio di conquiste intellettuali da cui possiamo pescare a piene mani. Abbiamo il metodo scientifico, l’illuminismo, Kant, Copernico... Coraggio... Dobbiamo restare fedeli al vecchio adagio: fa ciò che devi, accada quel che può, e proseguire sereni sulla retta via, certi che così facendo non arriveremo ai confini del mondo, con il rischio di precipitare nel vuoto, ma, nel peggiore dei casi, ci ritroveremo al punto di partenza: perché la terra è rotonda, non è vero?

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La decisione di concedere al governo britannico altri sette mesi di tempo per trovare una soluzione al rebus della Brexit, presa ieri dal Consiglio europeo, ha provocato nell’opinione pubblica un certo scompiglio. In realtà non c’è ragione di stupirsi, anzi la cosa era facilmente ITALIA RUGBY FIR T-SHIRT ADIDAS TG XL CA' autoIPARMA NUOVA ETICHETTA.

L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea è stata presa nel 2016 da una maggioranza risicata di cittadini britannici del tutto ignari delle sue implicazioni, sull’onda emotiva provocata da una campagna basata su un sistematico travisamento dei fatti, in assenza di un partito nettamente pro-europeo e con l’astensione di una fetta, altrimenti decisiva, di elettorato giovane. I leavers hanno quindi trascinato il paese in un salto nel buio di cui la maggioranza si è pentita il giorno successivo al voto, come i sondaggi non hanno tardato a suggerire. Nessuno avrebbe potuto dimostrare che la Brexit sarebbe convenuta ai britannici, come del resto agli altri europei. Al contrario, era evidente il danno economico e politico che ne sarebbe derivato per tutti, e per i britannici in particolare.

Versato il latte, si trattava quindi, per il Regno Unito come per l’Unione europea, di trovare il modo di rimetterlo nel bricco. Non sorprende che ci siano voluti tre anni di contorsioni politico-giuridiche per arrivarci. Ma adesso ci siamo. La decisione presa ieri dal Consiglio europeo significa solo una cosa: che il trauma è in via di assorbimento. La partecipazione ormai obbligata del Regno Unito alle elezioni europee di maggio è la definitiva pietra tombale sulla Brexit: ogni giorno che passa ci allontana infatti dal voto del 2016 e rende più plausibile l’opzione di un nuovo referendum britannico sulla permanenza del Regno Unito nell’UE, con la differenza che questa volta si voterebbe avendo piena coscienza di che cosa è in gioco.

Ne escono sconfitti l’élite dei brexiters inglesi, qualche eminenza grigia come Rupert Murdoch, il monopolista nemico dell’UE e più precisamente dell’antitrust europeo, l’amministrazione Trump e la Russia di Putin, questi ultimi ormai privati del piede di porco con cui credevano di scardinare l’integrazione europea per imperare su un’Europa divisa e perciò indebolita.

Resta da chiedersi se l’Unione europea si gioverà del rientro di un paese tradizionalmente euroscettico come il Regno Unito, che vi resterà per ovvi motivi di interesse economico e geopolitico, ma non certo abbandonando le proprie riserve nei confronti di ogni potenziale avanzamento nel processo di integrazione, e anzi, prevedibilmente, per esercitarvi la solita funzione di freno e ostacolo, grazie al veto che i trattati europei concedono ai governi dei paesi membri.

Noto che il grosso dell’opinione pubblica europeista in Italia è dell’idea che l’affossamento della Brexit sarebbe una disgrazia per l’Unione europea. Mi sembra una lettura scontata e sostanzialmente ingenua, basata sull’idea che il Regno Unito fosse il principale ostacolo all’integrazione economica e politica e che, senza di esso, gli altri governi e le istituzioni comunitarie avrebbero potuto finalmente progredire. Gli ultimi tre anni di virtuale assenza dei britannici dal consesso europeo hanno dimostrato che non è così. Caduto l’alibi britannico, è emersa senza più veli la volontà di immobilismo da parte degli altri governi, con l’unica eccezione di quello francese (non a caso il presidente Macron è stato il solo a dissentire ieri dalla proposta di concedere più tempo al governo di Theresa May).

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Rimosso il veto britannico rimangono gli altri, ad esempio quelli di Polonia e Ungheria, ma anche Olanda e Danimarca sul fronte dell’integrazione fiscale e probabilmente della nuova Italietta giallo-verde; ma rimane anche lo straordinario peso inerziale dell’Unione stessa, che come ogni burocrazia è essenzialmente conservatrice, e che, se da un lato fa il suo mestiere lanciando di quando in quando proposte di ever closer union, come recitano da sempre i trattati, dall’altro rimane sostanzialmente refrattaria a ogni prospettiva di genuina integrazione, che vuol dire – se qualcosa deve voler dire in concreto – unione federale nei due settori decisivi della politica fiscale e di quella estera e di difesa.

No: credere che senza il Regno Unito fra i 28 membri la strada dell’integrazione politica sarebbe spianata significa illudersi. Al punto in cui siamo è molto più vero il contrario: sarà – se dovrà essere – una paralisi conclamata della macchina comunitaria a forzare finalmente l’unica soluzione ragionevole per sfuggire allo sfascio, che è e rimane, appunto, quella dell’unione federale fra un gruppo di paesi volenterosi. L’Europa si è sempre fatta per forza, mai per amore; e sarà così anche sull’ultimo tratto di strada, quello più ripido della definitiva condivisione di sovranità.

Ben venga dunque, in un certo senso, l’euroscettico Regno Unito a rendere ineludibile il bivio che ci attende in ogni caso: quando saremo costretti a decidere, tutti noi europei, tra l’inconcludente e poco democratica Unione intergovernativa e l’Europa democratica e funzionale che solo un governo federale può darci. Questa sì, una scelta non più rinviabile.

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L’esordio televisivo del programma “Povera patria” trasmesso da Rai2 il 25 gennaio scorso, nel quale venivano presentati e seriamente discussi i vaneggiamenti pseudoeconomici che fino a quel momento avevano abitato qualche sito-spazzatura nei piani bassi del web, ha suonato un campanello d’allarme che qualsiasi cittadino dotato di una coscienza democratica e liberale ha udito distintamente. L’episodio ha costituito un precedente clamoroso, segnando uno spartiacque fra due epoche: quella della televisione pubblica appaltata ai partiti, ma pur sempre vincolata a una narrazione asettica e abbastanza equilibrata dei fatti, e la nuova era di una televisione posta sotto il diretto controllo delle forze politiche al governo.

L’indignazione degli economisti che hanno indirizzato alla Rai una lettera di protesta non sembra avere scalfito la determinazione del governo a proseguire la sua opera di conquista. La conferma è arrivata pochi giorni fa, con il DAIWA TATULA Baitcast Bobine 100HSL, 100XSL-R, 200HSL basso profilo allo scopo, praticamente dichiarato, di sostenere la posizione del governo italiano nei confronti di quello francese. Ora non si tratta più di un campanello d’allarme, ma della presa d’atto che la linea fatale è stata superata: quel minuto e mezzo di farneticazioni antifrancesi ha spazzato via il principio stesso dell’indipendenza dell’informazione pubblica sostituendola con un assaggio di propaganda di stato che non ha nulla da invidiare a quella dell’Istituto Luce negli anni Trenta.

Insistiamo a sperare che una massa critica di telespettatori sia rimasta attonita mentre sentiva la voce della conduttrice – a tratti ancora incerta, come impacciata da un residuo estremo di pudore – impugnare lo stereotipo dell’arroganza francese e agitarlo come un randello per demolire le relazioni franco-italiane. Chi ha confezionato quel servizio lo ha fatto con l’obiettivo di aizzare l’odio di un popolo nei confronti di un altro, e con un approccio così tendenzioso da spingersi fino a riesumare la testata di Zidane ai mondiali di calcio del 2006 e a insultare apertamente il presidente della repubblica francese, accusato di possedere “un ego solenne”. Argomenti da birreria, ma sparati dal cannone della tv pubblica direttamente nella testa di migliaia di italiani.

Serve altro per capire che i partiti di maggioranza sono intenzionati a chiudere l’esperienza della democrazia liberale come la conosciamo dal 1945, e che per raggiungere questo fine useranno qualsiasi mezzo? Come la rana del proverbio, bollita senza fretta nella sua pentola, Lega e 5 Stelle stanno cuocendo l’opinione pubblica italiana con un processo di graduale assuefazione all’inammissibile, sgretolando un tabù dopo l’altro, certi – a quanto sembra – di non incontrare resistenze in un paese spaccato in due parti che non sanno più parlarsi, come se non avessero più neppure un alfabeto in comune.

Soprattutto sia chiara qual è la posta in gioco, e anche il campo su cui si giocherà la partita: la data del 26 maggio si avvicina, e la campagna per le elezioni europee è già iniziata; se il governo sarà lasciato libero di esercitare questo controllo sulla televisione pubblica molti di noi arriveranno alle urne nutrendo un odio viscerale nei confronti dell’Unione europea, e allora il danno sarà irreparabile: la nostra percezione delle istituzioni europee e del ruolo dell’Italia nel processo di integrazione sarà avvelenata alle radici e cadrà anche l’ultimo presupposto perché l’Italia resti parte integrante di quel progetto. Siamo davvero disposti a permettere che questo avvenga? La domanda non è retorica. La risposta arriverà nei prossimi mesi.