Un recente studio canadese ha dimostrato come la presenza di farmacisti nei dipartimenti di emergenza ospedaliera potrebbero limitare l’affollamento di pazienti.

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Il farmacista, figura professionale di eccellenza per expertise e conoscenza nel mondo del farmaco, nonché per la gestione delle problematiche ad esso correlato, potrebbe trovare ulteriori sbocchi professionali in ambito ospedaliero, oltre a quelli già presenti. Secondo un recente studio portato a termine dai ricercatori dell’Università di Waterloo, in Canada, pubblicato sulla rivista scientifica Research in Social and Administrative Pharmacy, l’incorporazione di farmacisti nella comunità o nei dipartimenti di emergenza ospedaliera potrebbe ridurre significativamente l’affollamento dei dipartimenti stessi. Nel dettaglio, gli studiosi hanno scoperto che quasi un terzo delle visite nei dipartimenti di emergenza non urgenti in Ontario, Canada, riguardavano condizioni che potevano essere gestite da farmacisti di comprovata esperienza.

Già da molti anni ai farmacisti canadesi – a differenza di altre parti del mondo, compresa l’Italia – sono stati riconosciuti diversi ruoli nella filiera, oltre alla classica dispensazione del farmaco. Ad Alberta, ad esempio, dal 2007 ai farmacisti è stata data la possibilità di prescrivere farmaci sia autonomamente che per disturbi minori, rinnovare le prescrizioni, amministrare iniezioni e altro ancora. L’Ontario ha consentito al farmacista l’erogazione di servizi aggiuntivi tra cui il rinnovo delle prescrizioni e la vaccinazione antinfluenzale nel 2012. Altri vaccini sono stati aggiunti più tardi nel 2016.

Nello studio in oggetto è emerso che poiché circa uno su cinque pazienti che cercano cure in emergenza hanno problemi di salute non urgenti, i ricercatori hanno stabilito quale percentuale di visite non urgenti o non necessarie potrebbe essere potenzialmente gestita da un farmacista. Gli studiosi hanno cos’ analizzato i dati dal 2010 al 2017, esaminando tutti i casi dei dipartimenti di emergenza negli ospedali dell’Ontario. Poi hanno diviso i casi basandosi su scale standard che misurano la gravità delle preoccupazioni dei pazienti ed infine hanno utilizzato statistiche per valutare quali potrebbero essere gestite dai farmacisti che lavorano con un ambito ampliato. Tra questi, i casi di disfunzione erettile, che potevano essere gestiti da un farmacista, ma anche condizioni legate alla pelle come dermatiti e altre patologie come tosse o infiammazione del condotto uditivo, passaggi nasali e gola.

«Il sovraffollamento nei dipartimenti di emergenza è una preoccupazione a cui la maggior parte dei canadesi può riferirsi, e sappiamo che può portare ad un aumento della mortalità e ad un più alto tasso di pazienti che escono senza ricevere cure». È quanto sostiene Wasem Alsabbagh, docente alla Waterloo School of Pharmacy. Secondo Alsabbagh, inoltre, «le nostre scoperte supportano la necessità di vedere un numero maggiore di farmacisti che lavorano con una portata estesa nella comunità o posizionati nei dipartimenti di emergenza. Ciò può ridurre l’affollamento, ma anche per liberare più risorse nei dipartimenti per prendersi cura di pazienti più acuti».

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Il comitato “No Enpaf farmacisti non titolari” ha lanciato sulle pagine di Change.org una petizione per dire no al doppio obbligo previdenziale.

Come è noto, la legislazione vigente impone che i farmacisti iscritti all’Ordine siano obbligatoriamente iscritti all’Enpaf, Ente previdenza e assistenza farmacisti. Tale obbligo, tuttavia, non esclude che gli stessi professionisti siano soggetti ad un ulteriore obbligo previdenziale, ovvero l’iscrizione all’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), costringendo quindi il versamento delle quote ad ambedue gli enti. La prima, direttamente a cura del professionista, la seconda, a cura del datore di lavoro. Al momento, l’unico modo per evitare la doppia imposizione è cancellarsi dall’Ordine di appartenenza. Ne conseguirebbe quindi la mancata possibilità di operare nelle farmacie e parfarmacie pubbliche e private aperte al pubblico, nonché in tutte le attività che richiedono l’iscrizione obbligatoria all’albo dei farmacisti.

Esausti di questa situazione, un gruppo di farmacisti sensibili alla problematica si è costituito con il nome di comitato “No Enpaf farmacisti non titolari”, dando vita ad un’iniziativa di raccolta firme, da consegnare al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, mediante l’uso della piattaforma “Change.org”. L’appello ha raggiunto più di 9.000 firme nel giro di poche settimane, tuttavia, ulteriori sforzi sono auspicati per portare tale numero a 10.000. «Oggi i farmacisti dipendenti (paga base lorda di 10,40€/ora) – spiegano i promotori dell’iniziativa – sono costretti ad un doppio obbligo previdenziale. Devono pagare Inps e anche Enpaf. La cosa più assurda riguarda i disoccupati, che sono costretti a cancellarsi dall’albo perché impossibilitati a pagare 2280 euro di quota contributiva dopo 5 anni di disoccupazione. Oppure la drammatica situazione dei borsisti, dei professionisti con partita iva e dei titolari di parafarmacia, che sono obbligati alla quota intera di 4559 euro indipendentemente dal reddito percepito».

Per questo motivo, attraverso la petizione, ospitata sul portale Change.org, i farmacisti chiedono che la contribuzione Enpaf diventi «facoltativa per i farmacisti dipendenti che già possiedono altra previdenza obbligatoria e per i disoccupati iscritti all’albo», la «possibilità di restituzione dei contributi previdenziali Enpaf per quei farmacisti che avendo altra previdenza obbligatoria opteranno per la cancellazione da Enpaf, nonché di quelli silenti», ed infine, «contribuzione Enpaf legata al reddito e non più a quota fissa per i farmacisti liberi professionisti che hanno questo ente come previdenza di primo pilastro, borsisti compresi».

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Uno studio canadese ha sottolineato l’importanza di una stretta collaborazione tra medici e farmacisti al fine di migliorare le cure per i pazienti.

Attuare una collaborazione stretta tra i vari professionisti della salute che prendono in carico i pazienti è di fondamentale importanza per una buona riuscita delle cure. A confermarlo è uno studio curato da un gruppo di ricercatori della School of Pharmacy e della School of Public Health and Health System dell’università di Waterloo, in Canada, assieme a colleghi della facoltà di Farmacia e Scienze farmaceutiche dell’università dell’Alberta, sempre nella nazione nord-americana.

Lo studio, intitolato «“My pharmacist”: Creating and maintaining relationship between physicians and pharmacists in primary care settings», ha sottolineato in particolare come farmacisti e medici siano «sempre di più incoraggiati ad adottare un approccio collaborativo nella cura del paziente e nell’erogazione di servizi sanitari. È noto infatti che in questo modo è possibile migliorare la sicurezza del paziente. Ciò nonostante, i farmacisti hanno affermato di riscontrare delle difficoltà nello sviluppo delle relazioni di lavoro interprofessionali». Il paper ha quindi constatato il fatto che «non esistono grandi conoscenze, ad oggi, in merito agli scambi tra farmacisti e medici in merito alle cure dei pazienti».

Per questa ragione gli autori dello studio hanno somministrato alcune interviste semi-strutturate a nove medici e 25 farmacisti. Ciò al fine di comprendere non solo i loro approcci, ma anche i ruoli e le responsabilità di ciascuno nella presente carico primaria del paziente. Le conclusioni alle quali sono giunti di ricercatori indicano che «una stretta relazione lavorativa tra farmacisti e medici non soltanto influenza la quantità di scambi ma anche il livello qualitativo della collaborazione stessa. I risultati della nostra analisi dimostrano inoltre che quando i medici hanno stabilito una relazione con uno specifico farmacista, ne percepiscono la positività del ruolo. Ma non allargano necessariamente tale opinione anche ad altri farmacisti».

Ne consegue che, secondo gli studiosi, è importante che ciascun professionista «comprenda quali sono i differenti ambienti di lavoro nei quali ciascun professionista può sentirsi in grado di utilizzare al meglio le proprie capacità, al fine di migliorare le cure». Occorre pertanto «immaginare sistemi che possano stimolare una collaborazione attiva, nonché strumenti di comunicazione al fine di assicurare una forte partnership interprofessionale».

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La Federazione nazionale associazioni farmacisti non titolari torna sul tema dell’abusivismo professionale di cui spesso si torna a parlare.

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Nel corso di una serie di operazioni portate a termine nel marzo del 2019 dai carabineri del Nucleo anti sofisticazioni di  Palermo e della compagnia di Trapani, sono stati deferiti in stato di libertà cinque farmacisti ed un magazziniere. Tra le inosservanze riscontrate anche quella dell’esercizio abusivo della professione di farmacista. Come è noto, la pratica dell’abusivismo professionale vede l’impiego di personale non laureato nei rapporti con i pazienti, dando origine a vari effetti sia sui livelli occupazionali che per la stessa sicurezza del paziente.

A gravare sulla situazione dell’abusivismo professionale è la totale indifferenza degli organi istituzionali, dei sindacati e delle associazioni di farmacisti. Fanno eccezione alcune sigle. Tra queste il Movimento nazionale liberi farmacisti (Mnlf), più volte intervenuto sulla questione, ma anche la Federazione nazionale associazioni farmacisti non titolari (Consasfa). È proprio quest’ultima, infatti, ad evidenziare che «il risultato delle indagini a Trapani, di qualche settimana fa, da parte del nucleo Nas della città, mette nuovamente il dito nella piaga».

Secondo quanto spiega il Conasfa, infatti, «episodi così eclatanti, purtroppo, non sono rari. L’attività investigativa dei militi avrà il suo decorso. Come professionisti e come iscritti ai rispettivi Ordini provinciali, questo episodio non può passare inosservato». La federazione di farmacisti non titolari mette in luce inoltre che «le attività di controllo e deterrenza da parte degli Ordini provinciali per il rispetto del codice deontologico sostanzialmente negli anni si sono dimostrate insufficiente se non addirittura fallimentari».

Nello specifico, il Conasfa fa notare che alcuni articoli del Codice deontologico del farmacista, tra cui l’articolo 3, che recita testualmente «a salvaguardia della salute del cittadino», e l’articolo 1.03, che riporta «che garantisce ai cittadini i requisiti di professionalità e la correttezza del comportamento degli iscritti», sono rimasti solo ruoli “di facciata” e non di sostanza. Spesso infatti, evidenzia il Conasfa, «le attività di controllo degli Ordini sono “incatenate” per il rischio di cause con i “colleghi” incriminati che porterebbero a degli esborsi onerosi e dei tempi lunghi per i primi per le controversie giudiziarie».

Con il conseguente risultato di «attese infinite della giurisprudenza ordinaria con il rischio del nulla di fatto e sostanzialmente disattendendo l’art. 40 del Codice deontologico. Rimane anche il dubbio se l’Ordine abbia ancora un ruolo di autorità e autorevolezza. Questo ruolo deve essere rilanciato da una autocritica di tutti e cercando di introdurre nuovi mezzi» Pertanto, conclude il  Sinasfa, «la tentazione di comportamenti non deontologici e di abusivismo, sono molteplici».

In aggiunta a ciò, «spesso ci si nasconde dietro l’alibi che l’altro lo fa già e/o per motivi di sostenibilità aziendale, questo “permetterebbe” di fare e accettare tutto. Le puntuali raccomandazioni da parte dei nostri Presidenti di Ordini e Federazione probabilmente vengono letti con ironia. Il perdurare di questi comportamenti scorretti, la non applicazione di fatto del Codice deontologico art. 40 sono a danno dell’immagine del farmacista, della salute pubblica, della sana concorrenza professionale e dell’occupazione dei farmacisti. Se tutte le raccomandazioni, aggiornamenti del Codice deontologico non hanno avuto un effetto incisivo, corre l’obbligo di un serio confronto all’interno della categoria in tempi certi per definire altre forme sanzionatorie e di controllo».

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La Fofi ha reso noto dell’avvio di un corso di Formazione a distanza sul tema della ricetta elettronica veterinaria.

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Come è noto, il 16 aprile 2019 l’introduzione della ricetta elettronica veterinaria è diventata realtà. Ciò dopo diversi mesi di attesa, durante i quali i professionisti sanitari, a vario titolo, hanno avuto modo di adeguare le proprie piattaforme e le conoscenze sull’argomento. Per poter venire incontro alle esigenze dei farmacisti territoriali, la Federazione degli ordini del farmacisti italiani (Fofi) ha reso noto che è stato accreditato un nuovo corso di Formazione a distanza (Fad) sul tema della nuova modalità prescrittiva, reso disponibile grazie alla collaborazione con il ministero della Salute e la Federazione nazionale degli ordini veterinari italiani (Fnovi). L’evento formativo è attivo sulla piattaforma federale denominata FadFofi, dedicata agli iscritti all’Ordine dei farmacisti, e dovrà essere completata entro il 31 dicembre 2019.

Corre utile ricordare che sul portale FadFofi, raggiungibile al link http://www.fadfofi.com, sono attualmente disponibili sette differenti corsi, in modalità Fad. Secondo quanto reso noto dalla Fofi, essi sono «tutti perfettamente coerenti col Dossier formativo di gruppo della Federazione». Nello specifico, i corsi attivi fino al 29 luglio 2019 sono «Le interazioni farmaco-cibo. Un rischio sottostimato», per conseguire 10,5 crediti formativi, «Gestione nutraceutica del rischio cardio e cerebro- vascolare in farmacia: dalle dislipidemie ai sintomi del paziente affetto da scompenso cardiaco», 4 crediti, «Farmacisti, vaccini e strategie vaccinali», 10,5 crediti formativi. Scadranno il 17 dicembre 2019 i corsi «Paziente e ˊclienteˋ: una corretta informazione per trasformare il cross selling in opportunità di salute», per ottenere 7 crediti, «Il paziente con disturbo depressivo maggiore e il farmacista», 10 crediti, «Interazioni tra farmaci e gestione dell’innovazione in farmacia», 5 crediti, ed infine «Il farmacista come counselor», 5 crediti. La partecipazione a tutti i corsi disponibili consentirà l’ottenimento di 58 crediti Ecm, che potranno aggiungersi a quelli necessari al raggiungimento del totale dei 150 crediti riferiti al triennio formativo 2017-2019, da conseguire entro il 31 dicembre 2019.

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